Donne nell'antica Roma

pillola di Laura Cecchetto

Giovinetta intenta alla lettura, bronzo del I sec., Cabinet des médailles, Bibliothèque nationale de France, Paris

Giovinetta intenta alla lettura, bronzo del I sec., Cabinet des médailles, Bibliothèque nationale de
France, Paris

Fin dall’antichità, la condizione della donna a Roma è stata ben diversa da quella dell’uomo: considerata a lui subalterna, possedeva pochissimi diritti ed era sottomessa fino al matrimonio alla potestà del pater familias, che aveva su di lei potere di vita e di morte, e successivamente alla tutela del marito.

La donna era esclusa dalla vita politica, non poteva votare, esercitare diritti civili senza il consenso dell’uomo che la tutelava, come sposarsi, ereditare, o fare testamento. Nonostante ciò, la donna aveva pari dignità morale, sociale e giuridica e poteva amministrare i propri beni. Per questi motivi, nella società Romana la donna si trovava senza dubbio in una condizione più vantaggiosa rispetto a quanto accadeva nel mondo Greco, in particolare ad Atene.

In questa pillola viaggeremo nel tempo alla scoperta di una realtà che potrebbe sembrare lontanissima da quella attuale, ma che in verità non se ne distanzia molto. Vedremo in generale che cosa significava per una donna nascere e vivere nell’Urbe, mentre per chi fosse interessato ad approfondire singoli esempi di virtù femminile rimandiamo ai contributi del laboratorio dedicato alla condizione femminile a Roma nell’àmbito del Percorso Augusto duemila anni dopo, di prossima pubblicazione nei QiC.

Nascere donna, a Roma, non era affatto facile.

Uno dei primi problemi che incontrava il “gentil sesso” romano, appena venuto al mondo, era l’esposizione. Tale pratica, purtroppo abbastanza diffusa e permessa dalla legge, avveniva sia che la bambina fosse sana sia che presentasse malformazioni o problemi fisici, dal momento che generare un figlio maschio, soprattutto se era la prima nascita in famiglia, avrebbe garantito l’eredità del nome, della fama, del patrimonio. Nonostante l’altissimo tasso di abbandono, molte bambine, soprattutto le primogenite, venivano riconosciute dal padre ed entravano così a far parte della propria gens.

Solamente le bambine di famiglia agiata ricevevano un’educazione; esse venivano istruite in casa propria, per salvaguardarle e proteggerle, dalla madre e dalle ancelle, che le iniziavano ai lavori domestici e alle “arti femminili”, preparandole a diventare spose e madri. Imparavano a leggere, a scrivere e a far di conto. Salvo eccezioni, anche per quanto riguarda l’educazione, la donna aveva un apprendistato inferiore rispetto a quello dell’uomo.  Strano a dirsi, ma le donne di condizione più umile erano più emancipate rispetto a quelle di rango più elevato: la necessità di sopravvivere e di guadagnare qualcosa per il sostentamento le spingeva a lavorare e a esercitare una professione.

Un’altra situazione delicata in cui s’imbattevano le fanciulle, principalmente di rango nobile, era il matrimonio con fini politici, economici o per legittimazione sociale. Quasi sempre il marito scelto era ben più vecchio della ragazza, spesso sconosciuto e legato a lei solo per convenienza e non per amore. Era davvero raro che si celebrassero nozze tra persone davvero innamorate e, soprattutto per questo, la percentuale di persone che avevano un amante era piuttosto alta. Il matrimonio poteva essere di due tipologie: cum manu o sine manu. Nel primo caso il padre rinunciava alla patria potestà sulla figlia e la affidava al marito, nel secondo caso, invece, il padre non rinunciava alla tutela e la ragazza restava con la famiglia del marito solo finché non si fosse trovata in condizioni di vedovanza o divorzio: in questi casi essa sarebbe tornata a casa propria insieme ai propri beni. Per le donne, inizialmente, non esisteva la possibilità di divorziare dal marito, ma quest’ultimo era legittimato nel ripudiare la moglie e rispedirla sotto la potestà di padre e fratelli, anche se questo comportava una grande onta per la famiglia.

L’emancipazione, se così può essere definita, avvenne solamente alla fine del I secolo a.C., quando la situazione iniziò a volgere in positivo: le mogli ebbero la possibilità di gestire autonomamente le proprie sostanze e di potersi risposare nel caso in cui divorziassero o diventassero vedove. I divorziati potevano risposarsi senza alcun tipo di complicazione, una volta sciolto il vincolo e restituita la dote della moglie.

Questa svolta fu possibile soprattutto perché gli uomini, impegnati nelle guerre civili o inseriti nelle liste di proscrizione, non potevano più occuparsi dei loro affari a Roma e così le donne poterono mettere a frutto le loro doti diplomatiche. Pertanto le matrone iniziarono ad avere un ruolo sempre più rilevante nel gioco delle alleanze matrimoniali per sancire accordi, soprattutto nella sfera politica (basti pensare a Ottavia, sorella di Ottaviano Augusto, che venne data in moglie a Marco Antonio). In genere le matrone agivano in campo piuttosto ristretto, concentrando la propria influenza in ambito domestico oppure in relazioni clandestine con personaggi di spicco.

La “politica” fu così accessibile anche alle donne, che potevano praticarla a casa propria, durante i banchetti. Inoltre, le donne erano legittimate a svolgere compiti e prendere decisioni eseguendo la volontà dei mariti, lontani dalla patria, amministrando le finanze, la casa e prendendosi cura dei figli. Sotto l’impero di Augusto, nonostante quest’ultimo avesse cercato di ripristinare il mos maiorum, le donne disposero di una libertà sempre più grande. Erano comunque escluse da alcuni ambiti, come quello militare, ma potevano agire “utilizzando” i propri mariti, pur restando nell’ombra, per non attirare troppe critiche.

Tuttavia, sebbene vi siano stati indubbi progressi, la donna continuò a vivere per molti secoli ancora nascosta nell’ombra del marito, sottomettendosi perché lo reputava giusto o vantaggioso, oppure poiché non aveva gli strumenti o la forza per ribellarsi. Nonostante ciò, non mancarono, ovviamente, le donne di spicco, che diventarono famose proprio per il loro sapersi emancipare e per le loro doti. Purtroppo sempre poche eccezioni che confermano una regola dura a morire, messa in discussione davvero forse solo a partire dal secolo scorso.