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di Marco Niccolini

Nella società del ventunesimo secolo la bellezza dell’apparire è spesso la massima aspirazione di un essere umano. Si stanno sviluppando gradualmente numerosi mestieri (come i fashion blogger, gli style director e così via) il cui unico compito è occuparsi di ricercare un’immagine che colpisca per la sua bellezza esteriore.

Ma che cosa è bello? E’ bello ciò che piace, come spesso si sente dire? Oppure esiste una bellezza universale, che si impone all’evidenza?

Può essere molto interessante intraprendere un viaggio indietro nel tempo e considerare le riflessioni che su questo tema ha espresso uno dei più grandi filosofi della storia: l’ateniese Platone, il discepolo di Socrate fondatore dell’Accademia (IV secolo a.C.), a cui è stato dedicato il percorso Eros e bellezza nel Simposio e oltre.

Per Platone la il concetto di Bellezza in sé non si esaurisce nelle cose belle di questo mondo, ma esiste come pura idea, che può essere contemplata al culmine di una ricerca filosofica. Per natura l’uomo tende alla ricerca di questo “bello in sé” spinto da una potente forza attrattiva, che per Platone è eros, l’amore.

L’argomento è trattato nel Simposio, il celebre dialogo nel quale numerosi personaggi riuniti a banchetto si confrontano sul tema di eros. Socrate, nel punto culminante del dialogo, interviene con le seguenti parole

καὶ αὐχμηρὸς καὶ ἀνυπόδητος καὶ ἄοικος, χαμαιπετὴς ἀεὶ ὢν καὶ ἄστρωτος, ἐπὶ θύραις καὶ ἐν ὁδοῖς ὑπαίθριος κοιμώμενος, τὴν τῆς μητρὸς φύσιν ἔχων, ἀεὶ ἐνδείᾳ ξύνοικος. κατὰ δὲ αὖ τὸν πατέρα ἐπίβουλός ἐστι τοῖς καλοῖς καὶ τοῖς ἀγαθοῖς, ἀνδρεῖος ὢν καὶ ἴτης καὶ σύντονος, θηρευτὴς δεινός, ἀεί τινας πλέκων μηχανάς, καὶ φρονήσεως ἐπιθυμητὴς καὶ πόριμος, φιλοσοφῶν διὰ παντὸς τοῦ βίου, δεινὸς γόης καὶ φαρμακεὺς καὶ σοφιστής· καὶ οὔτε ὡς ἀθάνατος πέφυκεν οὔτε ὡς θνητός, ἀλλὰ τοτὲ μὲν τῆς αὐτῆς ἡμέρας θάλλει τε καὶ ζῇ, ὅταν εὐπορήσῃ, τοτὲ δὲ ἀποθνῄσκει, πάλιν δὲ ἀναβιώσκεται διὰ τὴν τοῦ πατρὸς φύσιν, τὸ δὲ ποριζόμενον ἀεὶ ὑπεκρεῖ· ὥστε οὔτε ἀπορεῖ Ἔρως ποτὲ οὔτε πλουτεῖ.

(Platone, Simposio, 203de)

 

 “(Eros) anzi è ruvido, squallido, scalzo, e senza casa, uso a giacere sempre in terra e senza coltri, dormendo all’aperto davanti alle porte e nelle strade e, avendo la natura della madre, sempre accasato con l’indigenza. Per parte del padre, invece, è insidiatore dei belli e dei buoni, essendo coraggioso, ardito e impetuoso, cacciatore abilissimo, intento sempre a tessere artifici, bramoso di saggezza e pieno di risorse, amante della sapienza per tutta la vita, abilissimo ammaliatore e preparatore di filtri e sofista. E non è per natura né come un immortale né come un mortale, ma talora nello stesso giorno fiorisce e vive, quando riesca nei suoi espedienti, talora muore, ma poi riprende di nuovo vita a causa della natura del padre, e ciò che si procura coi suoi espedienti, sempre gli sfugge di mano, cosicché né è privo mai di risorse Eros né ricco”   

(Trad. di Giovanni Reale)

Eros è dunque un daimon: ha una natura né divina né umana, ma intermedia, abita tra cielo e terra, tra uomini e dèi.. Infatti, secondo il mito della sua genesi, è figlio del dio Poros, il quale simboleggia la completezza e la sapienza, e di Penìa, che rappresenta la vuotezza e la mancanza: il demone è un flusso bidirezionale tra il terreno e il divino. Ma Eros è amante, non amato, di conseguenza non è già esso stesso “bello”. Amare significa infatti desiderare le cose belle (τὰ καλὰ) e buone (τὰ ἀγαθὰ), di cui eros è privo e che pertanto ricerca e desidera.

Gli uomini infatti non cercano nient’altro che il Bene, e sono in grado di possederlo con un “parto nel bello” (τόκος ἐν καλῷ καὶ κατὰ τὸ σῶμα καὶ κατὰ τὴν ψυχήν). Tutti gli uomini infatti sono gravidi sia secondo il corpo sia secondo l’anima, e, quando giungono ad una certa età, la nostra natura brama di partorire. Ma partorire nel brutto non può, nel bello invece sì. L’unione dell’uomo e della donna è un parto. Nell’essere vivente, che è mortale, vi è questo di immortale: la gravidanza e la procreazione, le quali avvengono in modo armonico. Per questo quando l’essere che è gravido si avvicina al bello, si allieta, e, rallegrandosi, partorisce e genera; “Eros è amore della generazione e del parto nel bello”.

Dunque la conoscenza del bello è la più elevata delle qualità. E la procreazione garantisce immortalità; spinge gli umani a essere immortali, caratteristica che, appunto, non possiedono. La generazione del bello riguarda ovviamente anche le idee, i pensieri e la memoria: i veri filosofi partoriscono nell’anima la saggezza, la giustizia e la temperanza, ideali concepibili solo intorno al bello. Infatti Platone ritiene di maggior valore la bellezza nell’anima, attraverso la quale si arriva in primo luogo a contemplare il bello che è nelle attività umane e nelle leggi. In seguito si procede fino all’amore per la bellezza della conoscenza nella sua vastità, e, ammirandola, si partoriscono magnifici pensieri in un amore senza limiti.

Ma il culmine della scala è la rivelazione del “bello in sé”:

“ὃς γὰρ ἂν μέχρι ἐνταῦθα πρὸς τὰ ἐρωτικὰ παιδαγωγηθῇ, θεώμενος ἐφεξῆς τε καὶ ὀρθῶς τὰ καλά, πρὸς τέλος ἤδη ἰὼν τῶν ἐρωτικῶν ἐξαίφνης κατόψεταί τι θαυμαστὸν τὴν φύσιν καλόν, τοῦτο ἐκεῖνο, ὦ Σώκρατες, οὗ δὴ ἕνεκεν καὶ οἱ ἔμπροσθεν πάντες πόνοι ἦσαν, […] ὅταν δή τις ἀπὸ τῶνδε διὰ τὸ ὀρθῶς παιδεραστεῖν ἐπανιὼν ἐκεῖνο τὸ καλὸν ἄρχηται καθορᾶν, σχεδὸν ἄν τι ἅπτοιτο τοῦ τέλους. τοῦτο γὰρ δή ἐστι τὸ ὀρθῶς ἐπὶ τὰ ἐρωτικὰ ἰέναι ἢ ὑπ᾽ ἄλλου ἄγεσθαι, ἀρχόμενον ἀπὸ τῶνδε τῶν καλῶν ἐκείνου ἕνεκα τοῦ καλοῦ ἀεὶ ἐπανιέναι, ὥσπερ ἐπαναβαθμοῖς χρώμενον, ἀπὸ ἑνὸς ἐπὶ δύο καὶ ἀπὸ δυοῖν ἐπὶ πάντα τὰ καλὰ σώματα, καὶ ἀπὸ τῶν καλῶν σωμάτων ἐπὶ τὰ καλὰ ἐπιτηδεύματα, καὶ ἀπὸ τῶν καλῶν ἐπιτηδευμάτων ἐπὶ τὰ καλὰ μαθήματα, καὶ ἀπὸ τῶν μαθημάτων ἐπ᾽ ἐκεῖνο τὸ μάθημα τελευτῆσῃ, ὅ ἐστιν οὐκ ἄλλου ἢ αὐτοῦ ἐκείνου τοῦ καλοῦ μάθημα, καὶ γνῷ αὐτὸ τελευτῶν ὃ ἔστι καλόν.”

(Platone, Simposio, 210e; 211cd)

Chi invero fino a questo punto nelle cose d’amore sia stato educato, contemplando di seguito e rettamente le cose belle, pervenendo ormai al termine delle cose d’amore, all’improvviso scorgerà qualcosa di inverosimilmente bello per natura, proprio quello, o Socrate, in vista del quale erano anche tutte le precedenti fatiche: […] E quando uno dalle cose di quaggiù, attraverso l’amare rettamente i ragazzi, salendo in alto cominci a scorgere quel bello, egli non sarebbe lontano dal toccare il termine. Questo è, infatti, il procedere rettamente nelle cose d’amore o l’esservi condotto da un altro: cominciando dalle cose belle di quaggiù, in vista di quel bello salire sempre più, come usando dei gradini, da uno a due, e da due a tuti i corpi belli, e da tutti i corpi belli alle belle attività umane, e dalle attività umane ai begli apprendimenti, e dagli apprendimenti terminare a quell’apprendimento che non di altro se non di quello stesso bello è apprendimento, e così conosca, giungendo al termine, ciò che è bello in sé”.

(Trad. di Giovanni Reale)

Dunque un uomo, partendo dall’amare rettamente le cose di natura terrena e innalzandosi come di gradino in gradino alle belle virtù umane, e da esse ai begli apprendimenti che comportano conoscenza, giunge a una condizione di pura contemplazione del bello in sé. Questo è il momento della vita più degno di essere vissuto da un uomo: contemplare il “bello in sé”.

Esso non è né oro, né pranzi luculliani, né bei fanciulli (nella Grecia antica era moralmente accettato un rapporto erotico tra il maestro e l’allievo), ma si raggiunge all’improvviso, con meraviglia, non per via dialettica e razionale (ἐξαίφνης κατόψεταί τι θαυμαστὸν τὴν φύσιν καλόν).

Tutto ciò che precede è una preparazione ad una contemplazione arazionale della massima espressione di bellezza, ad un’intuizione che non può avere né una forma né un’immagine accostabile.

In conclusione “Eros” è il mezzo, la tensione presente nell’uomo che gli consente, se ben indirizzata, di giungere all’immortalità. Platone ritiene che il fine della ricerca sia il Bello in sé, svincolato dai sensi, e che a questa ricerca si debba dedicare il filosofo, mentre al giorno d’oggi si considera ‘bella’ qualsiasi cosa solleciti il piacere dei sensi: si pensa che non sia necessaria una definizione universale, ma debbano prevalere i gusti personali o, peggio, quelli indotti dalla pubblicità o dall’opinione comune. Platone invece conferisce minore importanza agli oggetti sensibili, che pone come primo gradino della scala, forse per il motivo stesso che partecipano solo in misura limitata dell’idea del bello e dunque non possono attirare allo stesso modo tutti. Egli tratta con più riguardo le belle virtù umane e i begli apprendimenti, i quali possono essere più universalmente condivisi attraverso gli usi e i costumi di un singolo popolo. Ma Platone compì anche viaggi in Sicilia per tentare di mettere in pratica la propria visione politica; inoltre non rinunciò ad andare oltre la tradizione ateniese, proponendo una visione critica verso (criticando) il patrimonio culturale, le leggende e i miti del popolo greco e producendo una nuova letteratura tramite i suoi dialoghi.

Dalla visione di Platone traspare che la contemplazione del bello in sé è una condizione non raggiungibile con l’intelletto e con gli apprendimenti, che tuttavia costituiscono una preparazione necessaria, anche se non sufficiente. Il bello si manifesta al termine del percorso in modo arazionale, per mezzo di una sorta di intuizione intellettiva, poiché non è riducibile ad alcun concetto o confronto con immagini della mente. È proprio l’anima che ha una visione più pura del bello in sé, che resta del tutto universale e nient’affatto diverso da individuo a individuo.

Indubbiamente la concezione della bellezza di Platone ci provoca e ci induce ad una maggiore attenzione, ad un approccio meno superficiale a quanto ci circonda, ad andare oltre le apparenze per cogliere una idea di “bello” che possa essere universalmente condivisa, ammesso che sia possibile (Platone stesso ci mette in guardia sul fatto che il percorso è molto impegnativo…). Un insegnamento ancora attuale soprattutto nell’epoca della globalizzazione e del confronto fra culture diverse, in cui sembra difficile trovare punti di riferimento comuni.