Narrare il tragico?

pillola di Martina Wölfl e Beatrice Zattra

Spesso l’uomo si interroga sulle proprie origini, sull’antichità e sul mondo che lo ha preceduto: il tragico è sicuramente un elemento che mette in correlazione il presente con il passato, l’uomo moderno con l’uomo antico, vista la sua costante presenza nelle vicende umane.

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Copertina del romanzo Una Vita, di Italo Svevo

Al senso del tragico nel romanzo italiano del Novecento ha dedicato un contributo qualche anno fa una studentessa del nostro liceo, che ha intrapreso ora la carriera di giornalista. Si tratta di Ilaria Mauri, che partecipò al percorso Tragedia: teatro e destino.

Vi invitiamo a leggere queste righe per indurvi a riflettere e a capire quanto il senso del tragico appartenga all’uomo sin dalle sue origini, con la speranza che troviate questo tema interessante quanto noi.

Per prima cosa è importante identificare che cosa sia il concetto stesso di tragico, risultato cui si è pervenuti in seguito a numerose riflessioni sin dall’antichità: il tragico è una categoria dell’esistenza, è la coscienza di esistere in un mondo contraddittorio.

Forse qualcuno di voi si è chiesto se quando si parla di tragico ci si riferisce all’ambito dell’attualità, del nostro vivere nel mondo oppure se all’universo dell’attività spirituale. La risposta è ad entrambi: infatti può essere sia un modo di interpretare la realtà in cui viviamo, sia un prodotto spirituale dei nostri comportamenti e del nostro agire. Questa dualità esiste fin dalle origini del tragico, che risalgono all’Antica Grecia, rispetto a cui il tragico moderno mostra notevoli differenze, ma anche e soprattutto tratti comuni che si sono trasmessi attraverso il tempo.

Esiste in correlazione con il tragico una ‘coscienza tragica’, che è nata insieme e grazie alla tragedia greca e da lì si è sviluppata nei secoli fino ad irrompere dal mondo del teatro nel mondo della narrativa. Il tragico infatti fin da subito ha assunto significato per l’uomo greco come strumento per rappresentare in modo concreto in teatro un’esperienza condivisa ed esprimere i propri sentimenti al riguardo: si crea così un legame con la storia e può essere interessante non solo per storici o filosofi, ma anche per noi stessi, scoprire il rapporto tra l’uomo e il suo mondo, la conflittualità con la quale vi si approcciava e le riflessioni che ne nascevano. Mentre il mondo cambia e la storia (?) fa il suo corso, il tragico costituisce un elemento di continuità perché l’uomo non smette mai di confrontarsi con la realtà, che vive come contraddittoria e che mette alla prova lui, la sua storia e i suoi valori.

Nel mondo contemporaneo il tragico si ritrova nel nuovo genere letterario realistico per eccellenza, ovvero nel romanzo, che non può non mettere in evidenza la sostanziale contradditorietà del reale. Spetta ad Erich Auerbach il merito di aver colto questo passaggio del tragico dalla tragedia al romanzo, superando la distinzione fra gli stili ed entrando nella rappresentazione realistica del quotidiano.

Se Platone interpreta lo spettacolo tragico ancora come un’unità inscindibile di trama e azione, come un’esperienza unica e irripetibile di imitazione (mimesis) del reale mediante il dialogo agito sulla scena, già con Aristotele, in un’epoca in cui ormai la tragedia è essenzialmente testo tramandato per iscritto, si colgono spunti di assoluta modernità nell’individuazione del mythos e dell’intreccio narrativo come elemento fondante e quasi unico della qualità della mimesis tragica. Così per Aristotele “Tragedia è imitazione di un’azione[…]. Il racconto è l’imitazione dell’azione. Definisco racconto[…] la composizione degli eventi […]. Principio e per così dire anima della tragedia è dunque il racconto.” (Aristotele, Poetica 1451b 27, 1459a 38-39).

Riducendo l’essenza della mimesis tragica al racconto Aristotele mette le basi per il passaggio del tragico alla letteratura di narrazione.

D’altra parte risulta fortissima la qualità veritativa della tragedia, poiché nel racconto compiuto in breve spazio di tempo propone connessioni fra aspetti del reale, attori, cause e casualità, che una semplice descrizione denotativa non sarebbe in grado di cogliere in modo sintetico. Proprio la pretesa di verità dell’imitazione tragica suggeriva a Platone di bandirla dalla sua città ideale come uno degli inganni più potenti sulla strada della conoscenza filosofica del vero.

Ma nel mondo greco la narrazione mitica non possiede quel carattere elitario e raffinato che assunse nelle epoche successive: si trattava piuttosto di un rispecchiamento fedele del sentire popolare, essendo di tali narrazioni mitiche impregnata l’educazione di qualsiasi cittadino ateniese. Se è dunque vero che non esiste tragedia che non interessi una collettività, allora lo spazio letterario dove sia più legittimo cercare il tragico moderno è proprio il romanzo:  “il romanzo è la forma contemporanea del tragico, dal momento che, da quasi due secoli fino ad oggi, questa è la forma popolare per eccellenza” (B. Clèment, Le forme del tragico).

Così nel romanzo contemporaneo si ritrovano schemi e passaggi narrativi che replicano aspetti tipici della tragedia, quali la colpa, la morte, l’esclusione dalla società del protagonista o di un personaggio. Emergono inoltre nuove modalità di rappresentare il tragico, quali il trauma psicologico e la ricerca non solo di un fine estrinseco o di una conoscenza di fatti, ma spesso della propria stessa identità perduta. Viene superata di fatto quella separazione fra gli stili che portava a mettere in scena una rappresentazione della realtà depurata di elementi problematici e tragici.

Caratteristica essenziale della narrazione tragica è il rovesciamento, ovvero il passaggio da condizioni positive a una situazione di difficoltà anche molto grave. Solitamente la qualità dell’autore si esplica nella capacità di rappresentare l’inaspettato e paradossale rovesciamento come frutto di una necessità ineluttabile e perfettamente razionale.

Per rendere conto di questa tesi, Ilaria Mauri procede con un’analisi approfondita del primo romanzo di Italo Svevo, Una vita (1892), individuando schemi di rovesciamento, elementi di ambiguità e inganno, un disvelamento finale che rappresentano spunti accostabili a schemi narrativi frequenti nella tragedia greca, come per esempio nell’Edipo re di Sofocle.

Ecco qualche titolo per chi volesse approfondire leggendo studi specifici sull’argomento:

  • Barbieri Squarotti, Le sorti del tragico, 1978
  • D’Urso, Romanzo come tragedia, 2008
  • Toffano, Il tragico nel romanzo moderno, 2003