Interpretare il tragico – Le Troiane del gruppo Koralion (2)

pillola di Pietro Cappelletto

(qui la prima parte)

Ma ecco che i significati si moltiplicano in un caleidoscopio di punti di vista diversi. Ecuba è sulla scena dolente e affranta, stesa al suolo della rasa al suolo Ilio, incapace di movimenti che non siano di dolore, consapevole che si deve cantare comunque, che null’altro resta se non il canto. Ma Cassandra, la mai creduta Cassandra, la pecora nera della famiglia, potremmo dire, considerata un po’ tocca, invasata dal dio, in preda a frenetica follia bacchica, Cassandra vede una verità del tutto paradossale, eppure profondamente sincera: la gioia per le sue nozze regali, che la rendono ancora più inattendibile per Ecuba, appare invece fondata su argomenti razionali rilevanti, pur se paradossali: i Troiani sono più felici dei Greci. La guerra di conquista e l’ansia di conseguire la gloria hanno privato i Greci del calore del focolare e della famiglia per dieci lunghi anni, li hanno privati in molti casi degli onori funebri in patria, e l’ira degli dèi toglierà o renderà funesto il ritorno di quasi tutti i loro capi superstiti. Il paradosso è in verità valido in ogni epoca, tempo e luogo: l’avidità per ciò che non si possiede porta alla perdita di ciò che è già nostro, che ai Troiani non sarà mai tolto, nemmeno dopo la morte.

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Interpretare il tragico – Le Troiane del gruppo Koralion (1)

pillola di Pietro Cappelletto

Coro delle Troiane - foto di Ludovico Di Muzio

Coro delle Troiane – foto di Ludovico Di Muzio

Catturare e immergere attori e pubblico nella medesima sospensione drammatica per un tempo indefinito dall’ingresso del coro all’inchino finale a prendersi meritati applausi: è la magia riproposta ancora una volta nella sala del Teatro Binario 7 dal gruppo teatrale Koralion nella rievocazione della caduta di Troia secondo la lettura drammatica di Euripide, la sera di martedì 29 maggio. L’espressività dei numerosi coreuti, sempre all’unisono nei movimenti e spesso anche nella dizione e nel canto vocale (grazie alla forza emotiva della voce di Elena Caglioti, Ilaria Reitano, Alice Varenna) ha contribuito in maniera determinante ad assicurare unità e armoniosa continuità alla rappresentazione dei grandi quadri drammatici che tratteggiano i caratteri delle donne figlie e mogli di eroi sconfitti.

La corifea (Sofia Lanfranchi) e tutti (TUTTI) i membri del coro sono stati eccellenti nell’interpretare e seguire le indicazioni registiche di Silvano Ilardo, a cui va riconosciuto, tra gli altri, il grande merito di sapere che cosa vuole e come ottenerlo, come farsi seguire da ragazzi entusiasti.

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Orphée et Euridice – amore senza tempo

pillola di Virgilio Cogliati

Nel tempio della lirica le luci si spengono, buio e silenzio avvolgono gli spettatori, disturbati soltanto dal flash di qualche macchina fotografica. Tutti attendono trepidanti l’incipit del capolavoro di Gluck, produzione della Royal Opera House, Covent Garden, London, eseguito da coro e orchestra del Teatro alla Scala.

Frederic Leighton - Orfeo ed Euridice

Frederic Leighton – Orfeo ed Euridice

Sulle note dei violini entra in scena Orfeo, interpretato da Juan Diego Florez, distrutto, svigorito, lamentando la morte della sua bella Euridice (Christiane Karg) che lo ha abbandonato. Non si dice come, ognuno può immaginarselo o almeno ricordarlo, ma lei ora si trova negli Inferi, in un mondo distante, triste, irraggiungibile.

Al miserabilis Orfeo non resta che disperarsi e implorare gli Dei affinché concedano anche a lui la sorte della ninfa: “Euridice moriva. Ed io respiro ancor, Dei! Se non torna in vita, me pur spegnete allor”.

Il suo dolce lamento non risulta invano. Gluck, distanziandosi dal testo virgiliano, introduce sul palco Amore (Fatma Said, già Pamina nel Flauto magico) che, colpito dal profondo sentimento che strugge Orfeo, interviene in suo aiuto svelando come potrebbe riavere la sua Euridice.

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Al di qua del bene e del male

Friedrich Nietzsche

Friedrich Nietzsche

pillola di Fabio d’Aguanno

“Nulla è. Se anche qualcosa fosse, non sarebbe conoscibile. Se anche qualcosa fosse conoscibile, non sarebbe esprimibile.” Queste caustiche frasi, attribuite al sofista Gorgia, riassumono alla perfezione il concetto di nichilismo, corrente filosofica che fa dell’assenza di qualsiasi verità il proprio assunto fondamentale: “non ci sono fatti, ma solo interpretazioni”, afferma il padre del nichilismo contemporaneo, Friedrich Nietzsche.

In Al di là del Bene e del Male Nietzsche esprime l’auspicio che sopraggiunga una società nuova in cui gli uomini superiori possano liberarsi dai vincoli morali ed elevarsi al di sopra della massa. Quello nietzschiano è uno scenario dominato solamente dai rapporti di forza, in cui concetti quali bene e male non sono che artificiose catene. Non esistono azioni buone o cattive: semplicemente, si fa tutto ciò che si ha la possibilità di fare.

Ebbene, questa breve pillola ha la pretesa di contestare il fondamento della tesi nichilista, traendo spunto dalla critica a Nietzsche elaborata da Roberta De Monticelli nel proprio libro Al di qua del bene e del male (2015), di cui la stessa autrice ha parlato nel giugno 2017 presso il liceo Zucchi nell’ambito del percorso Tra Ethos ed Etica.

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