Interpretare il tragico - Le Troiane del gruppo Koralion (1)

pillola di Pietro Cappelletto

Coro delle Troiane - foto di Ludovico Di Muzio

Coro delle Troiane – foto di Ludovico Di Muzio

Catturare e immergere attori e pubblico nella medesima sospensione drammatica per un tempo indefinito dall’ingresso del coro all’inchino finale a prendersi meritati applausi: è la magia riproposta ancora una volta nella sala del Teatro Binario 7 dal gruppo teatrale Koralion nella rievocazione della caduta di Troia secondo la lettura drammatica di Euripide, la sera di martedì 29 maggio. L’espressività dei numerosi coreuti, sempre all’unisono nei movimenti e spesso anche nella dizione e nel canto vocale (grazie alla forza emotiva della voce di Elena Caglioti, Ilaria Reitano, Alice Varenna) ha contribuito in maniera determinante ad assicurare unità e armoniosa continuità alla rappresentazione dei grandi quadri drammatici che tratteggiano i caratteri delle donne figlie e mogli di eroi sconfitti.

La corifea (Sofia Lanfranchi) e tutti (TUTTI) i membri del coro sono stati eccellenti nell’interpretare e seguire le indicazioni registiche di Silvano Ilardo, a cui va riconosciuto, tra gli altri, il grande merito di sapere che cosa vuole e come ottenerlo, come farsi seguire da ragazzi entusiasti. L’interpretazione davvero di alto livello delle quattro protagoniste femminili ha dato poi una dimensione quasi professionale allo spettacolo. Da Ecuba (Noemi Lucà), che regge l’intera durata sempre con la medesima intensità espressiva, ad Elena (Isabella Zicoia), efficace e suadente nei movimenti e nella dizione, passando per Andromaca (Francesca Giustini), accorata nella vana difesa del suo Astianatte e seccamente violenta nell’invettiva contro la barbarie dei ‘civilissimi’ Greci, e per la folle e proprio per questo unica assennata Cassandra (Anna Farina), convincente nella raggiante estasi bacchica come nel lucido quanto paradossale μακαρισμός dei Troiani, “il popolo fra i due di gran lunga più felice”. Si è trattato quasi di una climax espressiva e di una capacità di interpretare un testo difficile anche per la lunghezza dei discorsi contrapposti che non lascerebbe a desiderare in molti teatri di prosa e che risulta ancora più eccezionale se si considera che si tratta di attrici giovanissime, perlopiù alla primissima esperienza in ruoli così importanti. L’ultimo coro, infine, è stato impreziosito da un’eccellente interpretazione in lingua originale (Francesca Macalli).

Nelle Troiane, si sa, le figure maschili restano sullo sfondo, in un voluto ribaltamento di valore rispetto alla storia narrata del dominio da loro imposto alla città, alla sua regina e al mondo femminile in generale. E tuttavia non si può non menzionare con apprezzamento l’autorevolezza di Poseidone nel prologo (Francesco Porro), affiancato da una feroce e incisiva Atena (Carola Invernizzi), l’impegno generoso del giovanissimo Menelao (Edoardo Montrasio) e naturalmente la qualità espressiva sempre elevata di Alessio Mogre nell’impersonare con giusto equilibrio le emozioni a volte sfogate, altre trattenute o imperiosamente represse dell’araldo Taltibio. Si fa torto a non menzionare i nomi di tutti i protagonisti – diamo a ciascuno questo meritato titolo – che hanno permesso la realizzazione dello spettacolo, dalle aiuto-registe (Silvia Morrone e Carlotta Mosca) ai costumisti (disegnatrici e tessitori nigeriani), ai tecnici addetti alle luci, alle riprese, alla grafica della locandina e del programma di sala: l’impressione è stata quella di un unico insieme armonioso coordinato (oltre che dal regista) dalla pazienza, dalla umiltà, dalla competenza, dalla passione e dall’affetto vivo per tutti i ragazzi della coordinatrice del progetto, Emanuela Gravina, coadiuvata nell’impresa da Cristina Tedesco.

Lascio a malincuore la straordinaria performance dei ragazzi, per spendere alcune parole sul senso che può avere proporre un testo teatrale vecchio di venticinque secoli al pubblico contemporaneo.  Si tratta di riflessioni che prescindono dalla qualità dell’interpretazione registica e scenica a cui abbiamo assistito e che meglio si iscrivono nelle finalità del nostro quotidiano mestiere di mediatori verso l’incontro con il classico. Quest’anno per la prima volta, nel percorso Interpretare il tragico, i ragazzi hanno sperimentato un accostamento al testo originale, una lettura comparata di diverse traduzioni d’autore e la stesura in collaborazione di una versione propria adatta alla esecuzione scenica. Nonostante il poco tempo disponibile, il pregio dell’iniziativa è stato quello di consentire un accostamento più consapevole al testo da parte di attori, coreuti e anche degli studenti incaricati di aspetti tecnici. Molti studenti, poi, hanno offerto un contributo importante sia all’interpretazione di passaggi impegnativi, sia all’adattabilità recitativa delle scelte espressive. Ne è uscita una versione fedele all’originale e insieme adeguata alla performance scenica, di cui certamente, date anche le condizioni in cui si è lavorato, si può essere nel complesso soddisfatti. La scelta è stata tuttavia sbilanciata nella direzione del minor scarto possibile rispetto all’originale, probabilmente a causa di quella prudenza innata che ci suggerisce di stare lontani dalle insidie del tradimento interpretativo, nascoste in ogni tentativo di traduzione. L’interpretazione del regista e degli attori è fondamentale per portare il testo il più vicino possibile al pubblico. E tuttavia proprio la fedeltà all’originale rende più difficile per attori e pubblico sciogliere le opacità e le allusioni, le sfumature di significato che colorano il testo di senso e di profondità concettuale e che necessitano forse di alcune informazioni di contorno o sottolineature specifiche per poter essere colte.

È responsabilità di chi scrive l’aver mancato di suggerire l’opportunità di una breve introduzione, o di una ripresa finale che raccogliesse in sintesi i temi principali, gli snodi concettuali più rilevanti, i passaggi cruciali della riflessione euripidea condotta nelle Troiane (e parzialmente nell’Ecuba). Non c’è stato effettivamente il tempo per fare sintesi rispetto ai numerosi spunti che emergono nella lettura diretta del testo della tragedia. Bisogna considerare tuttavia alcuni aspetti, quali la particolarità delle Troiane, dramma perlopiù statico e caratterizzato dalla giustapposizione quasi catalogica di quadri tenuti insieme da scelte autoriali particolarissime, come il ruolo eminente assegnato a Ecuba, sempre in scena e quasi incarnazione della città dolente e distrutta, e la presenza di un’indole elegiaca che si compiace del canto di dolore, tipica del secondo Euripide.

Anna Farina nel ruolo di Cassandra

Anna Farina nel ruolo di Cassandra

Ma appunto quali significati riveste questo testo oggi? Sappiamo che nel Novecento sono numerose le riprese delle Troiane, spesso riadattamenti che giocano sul tema centrale della violenza distruttiva della guerra, e in particolare della guerra di conquista, e sulle conseguenze che colpiscono indistintamente vinti e vincitori. La scelta, inevitabile, visto anche il poco tempo a disposizione, di essere il più possibile aderenti al testo euripideo (pur con l’omissione di gran parte dell’esodo, con il compianto sul cadavere di Astianatte, e l’inserimento di un coro dall’Ecuba) può aver tenuto il testo ancora piuttosto lontano dall’orizzonte di attesa contemporaneo, rendendo più difficile il compito dello spettatore meno informato.

Così può essere sfuggito il contesto della rappresentazione delle Troiane, alle Grandi Dionisie del 415 a.C., pochi mesi dopo la terribile vicenda di Melo, guerra punitiva di conquista di Greci contro altri Greci, e alla vigilia della rovinosa spedizione in Sicilia della successiva estate. Già Gilbert Norwood scriveva che “nobody could doubt that Troy is Melos” (Greek Tragedy, London 19484, cit. in L. Canfora, Il mondo di Atene, Bari 2011). Il senso opprimente dell’extratesto, di ciò che accadrà ai Greci nel viaggio di ritorno, per la maggior parte di loro tragicamente infausto, è offerto da Euripide nel prologo divino, che schiaccia i vincitori Greci nella prospettiva di un “ritorno senza ritorno”, di un ineluttabile destino di morte. “Stolto tra i mortali è chi distrugge città. In seguito toccherà a lui morire” afferma Poseidone.

(continua)