Al di qua del bene e del male

Friedrich Nietzsche

Friedrich Nietzsche

di Fabio d’aguanno

“Nulla è. Se anche qualcosa fosse, non sarebbe conoscibile. Se anche qualcosa fosse conoscibile, non sarebbe esprimibile.” Queste caustiche frasi, attribuite al sofista Gorgia, riassumono alla perfezione il concetto di nichilismo, corrente filosofica che fa dell’assenza di qualsiasi verità il proprio assunto fondamentale: “non ci sono fatti, ma solo interpretazioni”, afferma il padre del nichilismo contemporaneo, Friedrich Nietzsche.

In Al di là del Bene e del Male Nietzsche esprime l’auspicio che sopraggiunga una società nuova in cui gli uomini superiori possano liberarsi dai vincoli morali ed elevarsi al di sopra della massa. Quello nietzschiano è uno scenario dominato solamente dai rapporti di forza, in cui concetti quali bene e male non sono che artificiose catene. Non esistono azioni buone o cattive: semplicemente, si fa tutto ciò che si ha la possibilità di fare.

Ebbene, questa breve pillola ha la pretesa di contestare il fondamento della tesi nichilista, traendo spunto dalla critica a Nietzsche elaborata da Roberta De Monticelli nel proprio libro Al di qua del bene e del male (2015), di cui la stessa autrice ha parlato nel giugno 2017 presso il liceo Zucchi nell’ambito del percorso Tra Ethos ed Etica.

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Donne nell’antica Roma

di Laura Cecchetto

Giovinetta intenta alla lettura, bronzo del I sec., Cabinet des médailles, Bibliothèque nationale de France, Paris

Giovinetta intenta alla lettura, bronzo del I sec., Cabinet des médailles, Bibliothèque nationale de
France, Paris

Fin dall’antichità, la condizione della donna a Roma è stata ben diversa da quella dell’uomo: considerata a lui subalterna, possedeva pochissimi diritti ed era sottomessa fino al matrimonio alla potestà del pater familias, che aveva su di lei potere di vita e di morte, e successivamente alla tutela del marito.

La donna era esclusa dalla vita politica, non poteva votare, esercitare diritti civili senza il consenso dell’uomo che la tutelava, come sposarsi, ereditare, o fare testamento. Nonostante ciò, la donna aveva pari dignità morale, sociale e giuridica e poteva amministrare i propri beni. Per questi motivi, nella società Romana la donna si trovava senza dubbio in una condizione più vantaggiosa rispetto a quanto accadeva nel mondo Greco, in particolare ad Atene.

In questa pillola viaggeremo nel tempo alla scoperta di una realtà che potrebbe sembrare lontanissima da quella attuale, ma che in verità non se ne distanzia molto. Vedremo in generale che cosa significava per una donna nascere e vivere nell’Urbe, mentre per chi fosse interessato ad approfondire singoli esempi di virtù femminile rimandiamo ai contributi del laboratorio dedicato alla condizione femminile a Roma nell’àmbito del Percorso Augusto duemila anni dopo, di prossima pubblicazione nei QiC.

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Tu non sei più quel famoso Eracle

di Lorenzo Barbato

Immagine Eracle con bordino

Antonio del Pollaiolo, “Eracle e l’Idra”, tempera grassa su tavola, 1475 ca., Firenze, galleria degli Uffizi

“Tu non sei più quel famoso Eracle”: ma come? Una frase che critica, infanga o, forse peggio, compatisce il più grande degli eroi greci? E’ come se Stan Lee dicesse che i supereroi non gli stanno simpatici. Eppure questo è il verso, tratto dall’Eracle di Euripide, che ha scelto Giorgio Ieranò, docente dell’Università di Trento, come titolo dell’incontro da lui tenuto all’interno del percorso “Tragedia: teatro e destino”. Come si spiega una prospettiva così ‘tragica’, così evidentemente destabilizzante? Sembra di essere davanti ad una vera e propria crisi di identità dell’eroe, come avviene in tanti romanzi e film del Novecento, dall’Ulisse di J. Joyce al Cavaliere oscuro di C. Nolan.

L’eroe è una figura polimorfa, molteplice e di per sé contraddittoria. Egli si trova spesso a mutare aspetto e natura, entra in crisi nella sua continua evoluzione psicologica, diventando, da modello, un problema. Non è un essere fisso nella sua esemplarità, ma si carica di un realismo che lo rende umano: non si presta a giudizi univoci e definitivi.

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Νόμος, φύσις, semafori rossi

Di Fabio D’Aguanno

Imm Semafori rossi 2

Semaforo rosso in Viale Cesare Battisti, a Monza (MB), città sede del liceo

È notte. Sei in macchina. Stai tornando a casa dopo una cena. Sul sedile del passeggero un amico. Per strada neanche un’anima viva.

Arrivi ad un incrocio. Semaforo rosso. Nessuna traccia di altre automobili per chilometri e chilometri. La strada è un deserto.

Eppure, ti fermi. “Cosa aspetti?” ti chiede l’amico. “Vai. Non c’è nessuno. Nessuno ti vede. Nessuno ti multerà. Non succederà assolutamente niente. Che ti importa del semaforo?”. E invece no: tu ti fermi, e aspetti finché non scatta il verde.

Diciamolo: per comportarti così devi davvero essere un idiota. Oppure un genio.

Questo semplice racconto attualizza, con le dovute proporzioni, un tema filosofico assai caro agli antichi Greci. Un tema vecchio di millenni eppure sempre vivo: nell’Atene classica si sarebbe parlato di “νόμος καὶ φύσις”, noi oggi, più prosaicamente, diremmo “contrasto tra istinti naturali e leggi positive”. Espressione poco affascinante, che non rende appieno la profondità di significato dell’originale greco.

Cosa è il νόμος? È la “legge”.

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