Orphée et Euridice – amore senza tempo

pillola di Virgilio Cogliati

Nel tempio della lirica le luci si spengono, buio e silenzio avvolgono gli spettatori, disturbati soltanto dal flash di qualche macchina fotografica. Tutti attendono trepidanti l’incipit del capolavoro di Gluck, produzione della Royal Opera House, Covent Garden, London, eseguito da coro e orchestra del Teatro alla Scala.

Sulle note dei violini entra in scena Orfeo, interpretato da Juan Diego Florez, distrutto, svigorito, lamentando la morte della sua bella Euridice (Christiane Karg) che lo ha abbandonato. Non si dice come, ognuno può immaginarselo o almeno ricordarlo, ma lei ora si trova negli Inferi, in un mondo distante, triste, irraggiungibile.

Al miserabilis Orfeo non resta che disperarsi e implorare gli Dei affinché concedano anche a lui la sorte della ninfa: “Euridice moriva. Ed io respiro ancor, Dei! Se non torna in vita, me pur spegnete allor”.

Il suo dolce lamento non risulta invano. Gluck, distanziandosi dal testo virgiliano, introduce sul palco Amore (Fatma Said, già Pamina nel Flauto magico) che, colpito dal profondo sentimento che strugge Orfeo, interviene in suo aiuto svelando come potrebbe riavere la sua Euridice.

Nel dialogo ricco di pathos fra i due, accompagnati da un sofisticato leitmotiv dell’orchestra, Orfeo scopre che fra i numi celesti c’è chi vuole aiutarlo: “Orfeo, della tua pena Giove sente pietà, ti si concede le pigre onde di Lete vivo varcar; va’ Euridice a trovar nel tetro regno.

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Al di qua del bene e del male

pillola di Fabio d’Aguanno

“Nulla è. Se anche qualcosa fosse, non sarebbe conoscibile. Se anche qualcosa fosse conoscibile, non sarebbe esprimibile.” Queste caustiche frasi, attribuite al sofista Gorgia, riassumono alla perfezione il concetto di nichilismo, corrente filosofica che fa dell’assenza di qualsiasi verità il proprio assunto fondamentale: “non ci sono fatti, ma solo interpretazioni”, afferma il padre del nichilismo contemporaneo, Friedrich Nietzsche.

In Al di là del Bene e del Male Nietzsche esprime l’auspicio che sopraggiunga una società nuova in cui gli uomini superiori possano liberarsi dai vincoli morali ed elevarsi al di sopra della massa. Quello nietzschiano è uno scenario dominato solamente dai rapporti di forza, in cui concetti quali bene e male non sono che artificiose catene. Non esistono azioni buone o cattive: semplicemente, si fa tutto ciò che si ha la possibilità di fare.

Ebbene, questa breve pillola ha la pretesa di contestare il fondamento della tesi nichilista, traendo spunto dalla critica a Nietzsche elaborata da Roberta De Monticelli nel proprio libro Al di qua del bene e del male (2015), di cui la stessa autrice ha parlato nel giugno 2017 presso il liceo Zucchi nell’ambito del percorso Tra Ethos ed Etica.

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Donne nell’antica Roma

pillola di Laura Cecchetto

Fin dall’antichità, la condizione della donna a Roma è stata ben diversa da quella dell’uomo: considerata a lui subalterna, possedeva pochissimi diritti ed era sottomessa fino al matrimonio alla potestà del pater familias, che aveva su di lei potere di vita e di morte, e successivamente alla tutela del marito.

La donna era esclusa dalla vita politica, non poteva votare, esercitare diritti civili senza il consenso dell’uomo che la tutelava, come sposarsi, ereditare, o fare testamento. Nonostante ciò, la donna aveva pari dignità morale, sociale e giuridica e poteva amministrare i propri beni. Per questi motivi, nella società Romana la donna si trovava senza dubbio in una condizione più vantaggiosa rispetto a quanto accadeva nel mondo Greco, in particolare ad Atene.

In questa pillola viaggeremo nel tempo alla scoperta di una realtà che potrebbe sembrare lontanissima da quella attuale, ma che in verità non se ne distanzia molto. Vedremo in generale che cosa significava per una donna nascere e vivere nell’Urbe, mentre per chi fosse interessato ad approfondire singoli esempi di virtù femminile rimandiamo ai contributi del laboratorio dedicato alla condizione femminile a Roma nell’àmbito del Percorso Augusto duemila anni dopo, di prossima pubblicazione nei QiC.

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Tu non sei più quel famoso Eracle

pillola di Lorenzo Barbato

“Tu non sei più quel famoso Eracle”: ma come? Una frase che critica, infanga o, forse peggio, compatisce il più grande degli eroi greci? E’ come se Stan Lee dicesse che i supereroi non gli stanno simpatici. Eppure questo è il verso, tratto dall’Eracle di Euripide, che ha scelto Giorgio Ieranò, docente dell’Università di Trento, come titolo dell’incontro da lui tenuto all’interno del percorso Tragedia: teatro e destino. Come si spiega una prospettiva così ‘tragica’, così evidentemente destabilizzante? Sembra di essere davanti ad una vera e propria crisi di identità dell’eroe, come avviene in tanti romanzi e film del Novecento, dall’Ulisse di J. Joyce al Cavaliere oscuro di C. Nolan.

L’eroe è una figura polimorfa, molteplice e di per sé contraddittoria. Egli si trova spesso a mutare aspetto e natura, entra in crisi nella sua continua evoluzione psicologica, diventando, da modello, un problema. Non è un essere fisso nella sua esemplarità, ma si carica di un realismo che lo rende umano: non si presta a giudizi univoci e definitivi. Pensando all’epica, l’eroe è spesso colui che, nella sua dimensione mitica, oltre ad essere paradigmatico per i suoi comportamenti, è partecipe delle vicende leggendarie che stanno alla base della formazione della civiltà che lo ha creato in quanto mito.

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