Orphée et Euridice - amore senza tempo

pillola di Virgilio Cogliati

Nel tempio della lirica le luci si spengono, buio e silenzio avvolgono gli spettatori, disturbati soltanto dal flash di qualche macchina fotografica. Tutti attendono trepidanti l’incipit del capolavoro di Gluck, produzione della Royal Opera House, Covent Garden, London, eseguito da coro e orchestra del Teatro alla Scala.

Frederic Leighton - Orfeo ed Euridice

Frederic Leighton – Orfeo ed Euridice

Sulle note dei violini entra in scena Orfeo, interpretato da Juan Diego Florez, distrutto, svigorito, lamentando la morte della sua bella Euridice (Christiane Karg) che lo ha abbandonato. Non si dice come, ognuno può immaginarselo o almeno ricordarlo, ma lei ora si trova negli Inferi, in un mondo distante, triste, irraggiungibile.

Al miserabilis Orfeo non resta che disperarsi e implorare gli Dei affinché concedano anche a lui la sorte della ninfa: “Euridice moriva. Ed io respiro ancor, Dei! Se non torna in vita, me pur spegnete allor”.

Il suo dolce lamento non risulta invano. Gluck, distanziandosi dal testo virgiliano, introduce sul palco Amore (Fatma Said, già Pamina nel Flauto magico) che, colpito dal profondo sentimento che strugge Orfeo, interviene in suo aiuto svelando come potrebbe riavere la sua Euridice.

Nel dialogo ricco di pathos fra i due, accompagnati da un sofisticato leitmotiv dell’orchestra, Orfeo scopre che fra i numi celesti c’è chi vuole aiutarlo: “Orfeo, della tua pena Giove sente pietà, ti si concede le pigre onde di Lete vivo varcar; va’ Euridice a trovar nel tetro regno. Se il dolce suono della tua lira, al cielo saprà salire, placata fra gli Dei numi l’ira e la diletta Euridice farà teco ritorno”.

Ma gli dèi non gli concederanno ciò che egli vuole tanto facilmente; infatti Giove (e non Proserpina come raccontava Virgilio) impone al giovane amantem un vincolo da rispettare durante la sua catabasi.

Se anche egli dovesse riuscire a piegare la volontà degli dei Mani con la sua lira, durante il viaggio verso la terra dei vivi, finché non sarà fuori dagli atri dell’Ade, non potrà voltarsi ad ammirare la sua sposa.

Orfeo, poeta elegiaco, è pronto a tutto: “Per lei vo all’inferno le pene superar”.

Alla sua entrata nell’oltretomba le luci scompaiono, il buio riempie la scena fin quando, accompagnate da suoni veloci e tetri, salgono sul palco le ombre dei morti, abitatori di quel luogo dove dominano lutto e gemito. Le note sembrano accavallarsi l’una sull’altra e le inquietanti ombre circondano Orfeo, uomo vivente, ancor dotato del respiro.

Ed è in questo momento che il poeta dà prova della potenza del suo canto d’amore tanto narrata nei miti classici: egli intona con la voce una melodia densa di malinconia e mestizia in grado di smuovere l’animo ad ogni essere, vivo e non.

Ora anche le ombre supportano la sua causa e sono loro stesse ad accompagnare Euridice dal suo salvatore: “Torna , o bella, al tuo consorte, che non vuol che più diviso sia da te, pietoso, il ciel”.

I due innamorati ripartono, quindi, verso la vita, verso la luce, verso l’amore ritrovato. Ma è proprio durante questo viaggio guidato da una melodia fervente di tenui flauti che il dramma d’amore raggiunge il culmine.

Orfeo, consapevole che tutte le sue speranze potrebbero svanire in uno sguardo, conduce Euridice standole un passo avanti, senza nemmeno degnarsi di sfiorarla con la mano.

Però la povera ninfa non è a conoscenza del patto con Giove e, dopo aver tentato con dolci parole di ammorbidire il cuore del suo sposo, cade in preda al timore che lui non l’ami più: “Ma la tua mano la mia non tiene. Che! Più non guardi a me, che tanto amasti un dì”.

Queste parole colpiscono il poeta nel profondo, il respiro diventa affannoso, nei suoi occhi si smarrisce la luce, le note rapide e poco scandite dell’orchestra fanno percepire la sua inquietudine interiore.

Lo sforzo richiestogli è troppo.

Per un attimo la dementia ha la meglio, così che tutta la fatica risulti futile, la speranza si tramuti in illusione. La bella sposa svanisce in un secondo, lo abbandona di nuovo e il poeta si ritrova sul palco da solo, ancora una volta.

Il lamento ora è duplice: da una parte quello di Orfeo, che sa di aver perso il suo amore per sempre, dall’altra quello infervorato dal furor di Euridice, che torna ad essere un’ombra, incredula di fronte alla debolezza che ha vinto colui che sarebbe dovuto essere il suo salvatore.

Un ultimo malinconico suono d’Euterpe chiude i sipari, seguito da quindici minuti di applausi che risvegliano lo spettatore da questo mito d’amore che, benché lontano da noi, ci appassiona ancora, anche più dell’ultimo best-seller.